sabato 3 settembre 2011

mercoledì 3 agosto 2011

Fare i conti

È uscito il mio nuovo articolo per IlPolitico.it: non è stato semplicissimo scriverlo, perché ho raccolto le idee su un sacco di cose. Religione, laicità, confine tra politica e religione: ma ho cercato di farla semplice, senza tirarla per le lunghe. Lo trovate qui: se lo leggete, fatemi sapere che ne pensate sui commenti, sul mio profilo Facebook (www.facebook.com/enrproc), su Twitter (sempre enrproc) o sulla mia mail (enrico.procopio@gmail.com), o venitemi a suonare a casa che ci prendiamo qualcosa da bere!

martedì 2 agosto 2011

Life becoming a landslide

Scrivo queste righe perché un caro amico non c'è più, e penso sia una cosa davvero terribile. Avevamo un sacco di dischi da ascoltare insieme, concerti a cui andare, ragazze viste su Facebook da commentare. Poi lui aveva tutta una vita da vivere, come ce l'ho io, come ce l'abbiamo tutti noi nati nel 1992.
Mattia - ma perché poi, io non l'ho mai chiamato così: Piva era una delle persone con cui, genuinamente, si rideva di più. Ridevamo di Berlusconi, dei fascisti che sono tornati al governo e ci vogliono fare la morale, dei leghisti, di Porro, di Ghedini, dei professori (molto idioti, per definizione), del batterista ciccione degli Smashing Pumpkins, del Papa, dei preti.
Ma quanto si rideva, dei preti, e di tutti quei fondamentalisti religiosi?


Oggettivamente, non doveva andare così. Ci saremmo dovuti vedere, Piva avrebbe dovuto portare il proprio hard-disk esterno a casa mia e ci saremmo passati un sacco di musica, e avremmo parlato di film oggettivamente molto stupidi, ma che entrambi amavamo.
Avremmo aspettato insieme il nuovo dei System of a Down, con quel disco nuovo che non arriva mai, e avremmo pianificato di andare al concerto (a cui poi non saremmo andati).


Su Sochus ospitai anche una sua speciale recensione audio di Mirror's Edge: il file non c'è più, ma se lo ritrovo lo rimetto online. Avremmo dovuto giocare a un sacco di giochi, avremmo dovuto spolpare la modalità Orda del nuovo Gears Of War, avremmo dovuto aspettare le nuove console, avremmo dovuto, e ora non possiamo.
Ho scritto ieri il mio nuovo articolo per IlPolitico.it, presto online, pensando anche a lui, e al suo ateismo sempre corretto: non sono riuscito a farglielo leggere.

In ogni caso, il mio amico mi manca tanto. Oggi è un giorno doppiamente triste.
È piena estate, ma sembra inverno. E noi combatteremo, più di prima, e proveremo ad amare l'inverno.




venerdì 29 luglio 2011

La rivista che non c'era



Disclaimer: Metto online questa riflessione "diversa" come fosse un qualcosa capace di farmi riprendere il ritmo. Troppe cose sono successe in questa mia settimana di vacanza, e altre ne succederanno ora, e saranno tutte commentate. Ma, prima di Oslo, di Borghezio, del Governo e di Penati, parliamo di questo.

Io in edicola ci vado spesso, e, facendo una botta di conti, secondo me ci lascio pure più di cinquanta/cento euro al mese, tutti spesi tra riviste di videogiochi, di musica, di cinema, fumetti Bonelli, Lupo Alberto, roba Marvel e, ovviamente, quotidiani. Sono uno che le riviste le compra, ma c'è da dire che sono uno di quelli che, dopo aver comprato l'ultimo numero di una rivista di videogiochi, si propone di non farlo mai più.

Non è il problema della concorrenza su Internet: credo che, anche per quanto riguarda i videogiochi, sia necessaria un'informazione fatta da persone capaci di farla nel modo migliore (Sochus non è un blog di informazione, infatti: è un blog di opinioni, e ora come ora non mi sognerei mai di mettermi a scovare notizie, rischiando di sbagliare), e spesso quella dei grandi network non è fatta nel modo migliore. L'impostazione tutta sbilanciata sulle news, sulle notizie dell'ultim'ora, sull'ultima indiscrezione uscita dagli studi di, che ne so, Capcom o Konami o quel che volete... Beh, quest'impostazione è pigra e deprimente, e spesso spiacevole da leggere. Davvero vi interessano articoli che sembrano comunicati stampa, e che spesso sono comunicati stampa?

Leggere le recensioni - online e non - di giochi come Ocarina of Time per 3DS, ad esempio, è un esercizio che consiglio di fare a tutti: trovatemene una realmente convincente. Io una la so, l'ha fatta Mattia, che è un amico e quindi non la conto, ma la maggior parte sono equamente divise tra scritti che sembrano comunicati stampa e altri che assomigliano a dichiarazioni d'amore per Nintendo, per la saga di Zelda o per Ocarina of Time, e altre sono semplicemente scritte male. Non metterò link, anche perché non ho voglia di cercarle nuovamente, ma vanno bene anche i primi risultati che Google vi concede.

Sono anni che, tolti i soliti nomi dell'editoria - penso a Fabio Bortolotti, a Roberto Magistretti e a molti di quelli che scrivono per Sprea, o a Giampaolo Iglio e... Giampaolo Iglio per Play Press - non si riesce a leggere nulla di realmente buono, e anche quel poco di buono che c'è, vedi le riviste come Nintendo La Rivista Ufficiale, o Xbox Magazine Ufficiale, sono cose piccole e che non riescono a elevarsi oltre la sterile riproposizione dello schema "editoriale-riassunto/news/anteprime/recensioni/posta": ci prova NRU, ma spesso si limita a proporre articoli "spiegoni", vedere l'ultimo sulla saga di Resident Evil sul numero di questo mese.

Non ci sono opinioni a lungo termine, non ci sono idee sullo stato dell'industria, sull'evoluzione del medium, non c'è il parlare nuovamente di un gioco a distanza di mesi o anni, non ci sono riflessioni su che direzioni sta prendendo il videogioco.
E dire che di spunti ce ne sono: penso all'egemonia incolore degli FPS, all'implosione della scena giapponese, ai portatili, all'ingresso in scena di Apple, alle piccole comunità di sviluppatori.

C'era Videogiochi, a fare un lavoro del genere: la "rivista che non c'era" ha influenzato moltissimo il mio modo di concepire il mondo dell'editoria, ma anche il dibattito culturale in senso stretto (io ho chiamato diverse volte il mio progetto politico in costruzione "la sinistra che non c'era", per dire). Ecco, quello è un esempio di come andrebbe concepita una rivista - potete prendere anche Edge, se preferite: articoli di opinione, speciali documentati, elementi di riflessioni.

Se la carta vuole vincere contro la Rete dovrà cambiare, perché non può continuare a combattere a colpi di news e piccoli aggiornamenti con chi ha la possibilità di aggiornare il lettore istantaneamente. Perché non eliminare le news per sempre, o ridurle di molto, e aggiungere lunghi articoli d'opinione, articolati e precisi? Bortolotti, ma anche Babich ogni tanto, o Elisa Leanza, o chi diavolo volete voi potrebbero tranquillamente tirare fuori pezzi di grandissima qualità.

Poi sì, manteniamo anteprime giocate e recensioni approfondite, quelle vanno benissimo. Ma quello che c'è ora non è e non può essere sufficiente. È un atteggiamento conservatore e rischioso.

E prima che lo diciate voi... Sì, lo so che la maggior parte della colpa è delle case editrici, e non dei redattori. Ma ho voluto scriverlo lo stesso, il pezzo.

mercoledì 20 luglio 2011

Sochus: Valencia edition

La redazione tutta di Sochus si sposta a Valencia: farà ritorno nella sempre bella provincia di Bologna il 28 luglio, pomeriggio.

Partecipiamo? Partecipiamo: una risposta a Filippo Rossi e al Futurista

Filippo Rossi e la gang del bosco de Il Futurista (su cui scrivono anche due miei amici, Matteo e Giuseppe) hanno avuto una bella pensata: si sono inventati quella che mi piace definire una "manifestazione programmatica".
Vi consiglio di leggere interamente la presentazione, e vi sollecito ad andare qui.

Ora, normalmente avrei grossi, grossi dubbi a supportare un'operazione del genere. Non sono un fan delle manifestazioni, non in questo momento: sono convinto che la risposta alla crisi culturale che stiamo vivendo debba arrivare dalla politica, e debba essere una risposta complessa e articolata, cosa che non può venire da una manifestazione.
In secondo luogo: non mi piace il FLI (sono di sinistra, del PD), non sono un fan di queste "alleanze fuori dagli steccati ideologici" (che per me ci sono e sono grossissimi) e la cosa della riscossa della politica dal basso mi pare sempre molto stucchevole e poco realistica.

Però credo che questa volta si possa e si debba pensare ad un'eccezione a questo modo di pensare. Credo che il creare un gigantesco punto di incontro, per delineare dei punti comuni, una specie di "nuova Costituente civile" (la vogliamo vedere così, Filippo?), fatta di persone perbene e che non si riconoscono nel modello dell'arroganza berlusconiana non possa che essere positivo, se non altro per fissare i termini di quella che sarà l'italia post-Berlusconi.
Se c'è qualcosa che il mio essere di sinistra mi ha insegnato è il saper ascoltare l'altro, la persona che la pensa diversamente da me (fascisti, razzisti e leghisti esclusi, ovviamente: impossibile il dialogo con chi non condivide le stesse basi democratiche), e quindi ben venga un'operazione del genere.

Poi, però, alle elezioni andiamo ai nostri posti: il PD a sinistra, con chi ci sta. Il FLI a destra, con... Con chi cavolo pare a voi, a me non interessa poi molto. Poi, finalmente, ricominceremo a litigare, e non vedo l'ora che questo accada.
Ma ecco, se fissiamo un paio di paletti per evitare un nuovo Berlusconi, un nuovo Scilipoti, un nuovo Moffa, un nuovo Calearo, beh, io sono un po' più contento.
Ci vediamo in piazza, Filippo, fammi sapere esattamente quando. Ecco, concludi con un accenno al futuro la tua presentazione: la passione per il futuro, e la speranza che questo sia migliore del presente che ci ritroviamo a vivere, sono già un buon punto di partenza comune.

mercoledì 13 luglio 2011

Rinnovamento è un blues

Ho messo insieme un po' di idee sul rinnovamento e su quello che vecchie e nuove generazioni dovrebbero fare, e il risultato è il mio primissimo articolo per ilPolitico.it.
Lo trovate qui!

mercoledì 29 giugno 2011

Prima che possiate aprire bocca


Vi stoppo io: la ragazza, militante e dirigente locale del PD che in passato aveva girato un porno non si è dimessa per pressioni ricevute dal PD (lo spiega il PD, anche se con un comunicato un po' traballante) e, in ogni caso, non ha niente di cui vergognarsi. Non ha sbagliato niente, non ha fatto niente, ma proprio niente di male.
Ognuno fa quel che vuole, in privato. E il primo che si azzarda a dire "eh però Berlusconi col bunga bunga l'avete criticato, eh" si becca un vaffanculo fotonico (senza passare dal via): la ragazza non ha fatto eleggere nessuno dei suoi uomini in Consiglio Regionale, non è in odor di reato e non fa parte di un partito che partecipa al Family Day.
Storie diverse. Punto.

lunedì 27 giugno 2011

Dei Cavalera Conspiracy, o "mettere il -core nel metal: istruzioni per l'uso".


Dei Cavalera Conspiracy non si potrebbe che parlare bene, perlomeno nell'ambiente metal, se l'ambiente metal fosse un mondo più giusto. È difficile non riconoscere nel side-project (sempre meno "side") di Max e Iggor Cavalera una ripresa di certe radici che non era certo scontata, specie dopo alcune discutibili prove a firma Soulfly (Dark Ages su tutte), che avevano visto un Cavalera (Max) sempre più impegnato a mostrarsi nelle veste di guru, di santone metal, più che di chitarrista/cantante/compositore.
Inflikted, nel 2009, riuscì in una duplice impresa: quella di riportare Max Cavalera alle sonorità a lui più congeniali, facendo dimenticare le aperture a ritmi diversi tipiche dei Soulfly, e al contempo riunire i due fratelli, separati da circa un millennio, ovvero da quando Max se ne andò dai Sepultura, lasciando il posto al pur bravo Derrick Green.

Cavalera Conspiracy, dunque, CC: Inflikted è un disco notevole, una piccola gemma thrash metal/hardcore che spazza via dalla scena metal più di dieci anni di sperimentazioni metalcore/nu-metal malriuscite e ridondanti, quando non apertamente ridicole.
I fratelli Cavalera dimostrano che bastano dei riff quadrati e veloci, una batteria sempre tirata, un buon bassista e dei testi che, nella migliore delle ipotesi, si possono definire tardo-adolescenziali per fare un disco metal come si deve.

Blunt Force Trauma è il secondo disco dei Cavalera Conspiracy: l'attesa non era certo alle stelle, nemmeno nell'ambiente metal (tutto preso a seguire evoluzioni di gente che già partiva senza idee dieci anni fa, tipo gli Slipknot). Non è possibile prevedere quanto riusciranno i fratelli Cavalera a penetrare nel mercato quasi "clandestino" degli appassionati di musica pesante (il disco è uscito a marzo), ma quello che è certo è che ignorare un disco come questo, per gli appassionati del genere, è un grosso errore.
L'attacco è fulminante, forse anche più fulminante di quello di Inflikted: i Cavalera Conspiracy mostrano una precisa padronanza degli strumenti senza eccedere in noiose prove di abilità tecnica. I riff sono, come da tradizione, veloci e precisi, la batteria pesta, pesta eccome, e Marc Rizzo alla chitarra infila degli assoli veloci che danno ritmo a tutto il disco. Max alla voce è in gran forma, pare a volte di sentire qualche filtro, qualche effetto eco, cosa che "sporca" le linee vocali rendendo il tutto ancora più impastato, più omogeneo.

È un disco che dura una mezzoretta, corto e capace di colpire anche l'ascoltatore metal più smaliziato. Killing Inside, il primo singolo, I Speak Hate e la notevolissima Burn Waco mostrano una struttura che cerca il groove e lo trova sempre, mescolandolo efficacemente con le tirate hardcore. Non annoia, non infastidisce: Blunt Force Trauma è una piacevolissima conferma della seconda giovinezza dei fratelli Cavalera.
Chiude il tutto la cover di Electric Funeral dei Black Sabbath, ovvero il miglior pezzo della storia del metal: con Iggor Cavalera che si diverte un sacco ad essere Bill Ward, e si sente benissimo.
In definitiva, il disco funziona benone, e risulta piacevolissimo. Deve piacere il genere, ovviamente, e si sappia che qui, di novità, di tratti innovativi, non se ne trovano.
Ma, fidatevi, è meglio così.

9/10


venerdì 24 giugno 2011

"Antonio Di Pietro, svegliatosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un piccolo pierferdinando immondo"

La svolta moderata.
Ora: sono anni che dico che l'IdV è e deve essere, unitamente a SEL, l'interlocutore principale del Partito Democratico. Non per questo gli ho risparmiato critiche: nel mio post pubblicato anche sull'Unità online facevo proprio riferimento al modo, secondo me improduttivo e caciarone, di "fare opposizione" di Di Pietro.

Antonio Di Pietro fa bene a dire, oggi, che lui non è di sinistra, ma convintamente liberaldemocratico (sì, ciao), perché perlomeno nella prima parte ha ragione: Antonio Di Pietro non è, e non è mai stato, un uomo di sinistra.
Di Pietro è una persona rispettabile, stimabile, che viene però da una cultura che non è la mia, che non è quella del PD: una cultura poco garantista, che spesso, sotto la bandiera della "legalità" e della "giustizia" nasconde ragionamenti fortemente demagogici e populisti, che hanno avuto presa su un elettorato stanco di soluzioni miopi e voglioso di estremismo, ma un estremismo così estremo che, partendo da sinistra, ha fatto il giro dall'altra parte ed è andato a destra, perdendo la bussola.
Di Pietro ha rivelato finalmente qual è la sua vera faccia: una storia di un uomo "moderato" (perché, non si vedeva?), figlio di tradizioni "democristiane" (perché, non si vedeva?), capace di cavalcare la tigre dell'antiberlusconismo più becero per anni, per poi voltare le spalle a tutti gli elettori dell'IdV.

Nella migliore tradizione di questo Parlamento "scilipotato" (parola sua, che incidentalmente ha fatto eleggere Scilipoti), Di Pietro cerca di costruirsi da un giorno all'altro un profilo da statista, da uomo delle istituzioni, senza rendersi conto che così sta venendo meno a tutto quello che oggi è riuscito a costruire.
Sia ben chiaro: io, decontestualizzando, preferisco il Di Pietro meno casinista e più interessato al ragionamento. Ma se in Parlamento questo significa avere una compagine che intorbidisce ancor più le acque, che rende il cammino della costruzione del centro-sinistra ancora più ostico e soprattutto legittima questo governo proprio nel momento in cui il Partito Democratico sembra essersi ripreso da anni di cocenti sconfitte e timidezze incomprensibili... Beh, allora non ci sto.
Di Pietro faccia chiarezza, e il PD prenda atto della decisione.

Un'ultima cosa. Sarebbe bello, in ogni caso, capire come possa essere possibile dialogare improvvisamente con lo stesso governo degli amici di Dell'Utri, di Mangano, del "nano piduista" e dei lacchè. Sono anni che l'IdV ci propina questa sbobba, sostenendo di essere gli unici capaci di fare opposizione.
Ne stanno raccogliendo i frutti, vedo.
Soprattutto Scilipoti e Razzi.
Update: e infatti...

La versione di Seneca

Giacomo Nanni, dal suo blog su Il Post

mercoledì 22 giugno 2011

Il mio nuovo lavoro

Antonio Di Pietro ha detto che non sa che alternativa offrire al paese perché non ha ancora parlato con Bersani e gli altri leader dei partiti d'opposizione.
No, niente, non posso nasconderlo: sono diventato il ghost writer di Di Pietro.

Una chicca

La traccia del tema di maturità che contiene, tra i documenti, uno scritto di Carlo Petrini è stata fatta commentare allo stesso Carlo Petrini da Repubblica.



Per la cronaca, io ho scelto quello di ambito storico-politico, "Destra e sinistra".

lunedì 20 giugno 2011

Il cambio di direzione

Le notizie che arrivano da sinistra non sembrano incoraggianti, tanto per cambiare. A fronte di un'importante, duplice vittoria (il 4 a 0 alle amministrative e il raggiunto quorum al referendum) il centro-sinistra sembra ancora in difficoltà, e le parole di Romano Prodi sembrano confermare quest'impressione.

Prodi ha inviato un messaggio alla platea di Insieme per il PD (evento che ho contribuito ad organizzare, nel mio piccolo), e ha invocato un cambio di direzione. Si possono dire tante cose su questo, ma non che non sia il momento giusto.
Il momento giusto per cambiare passo è proprio questo, e credo che Bersani, Vendola e Di Pietro abbiano il dovere di farlo.
Il PD non può perdere l'ennesimo treno, non può continuare ad inseguire: Prodi chiede a noi giovani di correre, e di essere la locomotiva, il traino per gli altri paesi.

Non è più il tempo di chiedersi "saremo in grado di farlo?": è arrivata l'ora di farlo. La nostra dirigenza deve cambiare passo e costruire adesso l'alleanza che ci porterà a governare il paese, deve farlo ora perché sennò dopo sarà troppo tardi, come giustamente fa notare Francesco Piccolo. È arrivato il momento di mostrarsi realmente riformisti e alternativi a Berlusconi, al PdL, alla Lega e al centro-destra: bene ha fatto Bersani a sciogliere le ambiguità sulla Lega.
Bersani e Vendola archivino le ruggini personali, e insieme a Di Pietro affittino un palasport, un teatro, un posto grande insomma, e concretizzino quello che stiamo aspettando da anni.

Dai, che ce la facciamo.

sabato 18 giugno 2011

Lezioni di giornalismo

The Front Page, il sito di due mostri sacri dell'inutilità (Fabrizio Rondolino e lo spin doctor di Lettieri, Claudio Velardi) pubblica, a firma "Estremo55" un' impietosa presa in giro di un pezzo di Pippo Civati... Che non è di Pippo Civati, ma del pur bravo Paolo Cosseddu.

Per tutto il tempo si prende in giro Civati sulla base di un articolo scritto e firmato (guardate, è chiarissimo!) da un'altra persona. Ma d'altra parte l'avevano detto che avrebbero evitato "[...]troppi dettagli, che poi non si capisce il contesto".


Update: la vicenda assume toni ancor più surreali. Invece di scusarsi, l'autore del pezzo risponde così:

    estremo55 scrive:

    Effettivamente la e-mail arrivata è anonima. Perchè l’ho attribuita a Civati? Perchè mi arrivano costantemente input dal Blog di Civati in cui si parla della “Nostra Prossima fermata”, ci si invita a partecipare ad incontri con Pippo che parla a nome di Prossima Italia. Essendoci pubblicizzati sulla home page di Prossima Italia 5 libri definiti “i vagoni ” e in 4 su 5 appare Pippo Civati come autore, capirete che mi è sembrato proprio il suo stile. E ad una attenta disamina per me lo è a prescindere. Ma se invece ho scippato idee che sono solo di Cosseddu, idee che Civati non condivide, la prossima volta “Prossima Italia” firmasse la newsletter con un nome e cognome. Del resto vorrei ricordare, come scoperto da l’Espresso nel maggio 2010, che durante un voto on line (http://www.thefrontpage.it/2010/05/26/la-rivoluzione-in-un-solo-server/ )
    “Giuseppe Civati” sugli 8.345 voti totali ne ottenne 1.042, 1.776 e 2.478 da tre Ip unici…” Dunque ci sono momenti in cui quesi tutto sulla rete “sembra” venire da Civati …Altro che EPIC FAIL ! Allora le firme elettroniche (IP) le controllò l’Espresso e ancora non sappiamo chi danneggiò Civati. Altro che Bagaglino


Roba folle. Non riescono a capire la gravità del non controllare le fonti.

venerdì 17 giugno 2011

Enola-Alone

Leggo di questa cosa di Concita De Gregorio che lascia la direzione dell'Unità e, onestamente, non riesco a trattenere un filo di emozione.
L'Unità, dal 2009 circa, era diventato il mio quotidiano di riferimento: lì ho visto pubblicate due cose che ho scritto (una da solo, una con Cecilia Alessandrini), lì ho letto le cose belle di Francesca Fornario (con cui ho poi stretto una bella amicizia), di Mila Spicola, di Francesco Costa (che ora seguo al Post), mi sono incazzato per la bruttezza della rubrica "Il Congiurato". Di Francesco Piccolo, poi, ho già parlato.

L'Unità era diventato il giornale che noi, a casa, si comprava più volentieri: scoprire che sta finendo un ciclo, beh, lascia abbastanza sgomenti. E tristi.
A Concita faccio i migliori auguri e i miei complimenti: ha diretto un giornale storico e lo ha tirato fuori da un pantano di una gestione monolitica e incolore (Padellaro, of course, che nel passaggio al Fatto si è dimostrato completamente diverso) con un piglio deciso, moderno, senza mai perdere la leggerezza che la rendeva una delle migliori penne italiane.

Leggo che probabilmente sarà Claudio Sardo a dirigere l'Unità: non lo conosco, e internet non mi aiuta molto in questo. Vedremo.
Io spero non ci sia lo zampino del Partito: sarebbe una mossa completamente inopportuna e priva di senso.
Una considerazione personalissima: a me piacerebbe fare il giornalista, l'ho scritto tante volte. Un piccolo sogno era iniziare a muovere i primi passi in quel mondo nell'Unità di Concita, ho scritto tante volte alla direzione ma non si è mai concretizzato nulla. Peccato, davvero.


PS. Non capisco, come al solito, che cazzo voglia Fulvio Abbate.
PPS. Grazie a Giacomo Pirrone che mi ha segnalato il link scazzato!

martedì 7 giugno 2011

Piccolo, D'Alema, il ruolo degli intellettuali e le finestre chiuse

Premessa: io stimo Francesco Piccolo più di ogni altro editorialista/commentatore politico. Credo sia il miglior intellettuale in circolazione, capace di riflessioni sempre lungimiranti e, soprattutto, piacevoli da leggere.
Non è un mistero, chi mi conosce lo sa: lo apprezzo come scrittore, come sceneggiatore, mi piace quel che dice e, anche se non si vede (purtroppo!), tendo a ricercare uno stile simile al suo, quando scrivo di politica.

Francesco Piccolo ha scritto un gran bell'articolo uscito sull'Unità di ieri, che potete trovare qui. Con il suo stile arguto, con la consueta precisione, rappresenta in poche parole D'Alema come forse nessuno era mai riuscito a fare: senza caricature, senza esagerazioni, senza nessuna fascinazione. Il D'Alema di Piccolo compie un errore madornale, segnalato nella parte centrale dell'articolo:

Alla base del pensiero di D’Alema c’è una fiducia minima verso il parere degli elettori, e una sfiducia massima verso le altre forze di sinistra che non siano il Pd.

Credo basti questo, credo che non serva lo sfottò gratuito, come non credo che serva chiamarlo "baffino", "inciucista", dire che è "pagato da Berlusconi" o altre sciocchezze simili.
Stiamo parlando di un politico che ha perso la passione per tutto ciò che è "politica" (partecipazione, condivisione di progetti, capacità di dare fiducia alle persone) da almeno dieci anni, che non si fida più dei propri elettori.
Io credo che un politico così debba riflettere seriamente e serenamente. Forse potrebbe rendersi conto che è l'ora di fare un passo indietro, che non significa necessariamente dimettersi, andarsene sbattendo i piedi: significherebbe mettersi a lavorare con un profilo più basso. Non si sta chiedendo la "rottamazione" di D'Alema, anzi: una situazione del genere lo aiuterebbe molto, potrebbe recuperare il contatto con il paese e, forse, potrà contribuire ad una futura discussione congressuale, o lavorare ad alcuni elementi programmatici.

Non sta a me dire cosa dovrebbe fare D'Alema se decidesse di fare un passo indietro: deciderà lui, che di esperienza ne ha più di me. Ma non è più tempo della sfiducia verso gli elettori e del veleno gettato sugli alleati: è il momento delle convergenze di programma, del cantiere comune, della voglia di essere partiti, ed esserlo insieme agli altri. Smussando ciò che meno ci piace dei nostri alleati (il giustizialismo di Di Pietro, la poca pragmaticità di SEL) con nostre proposte condivise e capaci di guardare al futuro.

Pisapia ci dimostra che è con la vicinanza agli elettori che si vincono le elezioni. E la risposta piccata di D'Alema:

Mi aspettavo insulti da parte di Cicchitto ma sono rimasto perplesso dal fatto che l'Unità mi insultasse nel percorso indicato verso le elezioni. Si tratta di manifestazioni di primitivismo politico pericoloso.
conferma tutte le cose che Piccolo scrive nel suo articolo. "Primitivismo politico" è una definizione pessima, che può uscire solo dalla bocca di un politico che ha bisogno di ritornare a vivere attivamente nel paese che si propone di governare. E forse sarebbe meglio se D'Alema si dedicasse a prendere un caffè con qualche militante del PD: scoprirebbe che il governo tecnico non piace a molti, e l'alleanza con l'UdC meno che mai.

venerdì 3 giugno 2011

Dead or Alive Dimensions: quando non sono le tette a salvare la baracca




C'è qualcosa che funziona sorprendentemente bene in questo Dead or Alive Dimensions per 3DS.
Certo, chiariamolo subito: niente di epocale, intendiamoci. Però il nuovo gioco del Team Ninja si lascia giocare molto volentieri, e alla fine risulta divertente quanto basta a dare un po' di fiato alla prima ondata (sì, ciao) di giochi per la nuova console portatile di Nintendo.

Il lancio di una console è sempre problematico, ed è per questo che all'uscita si trovano spesso riedizioni, remake, versioni aggiornate di qualche vecchio titolo meritevole di una rispolveratina.
Dead or Alive Dimensions è questa cosa qui: una versione "riveduta, corretta e aggiornata" di quello che finora ha rappresentato la saga di picchiaduro di Temco. E anche un po' di più.
Paradossalmente è il "di più" a convincere meno: la modalità Chronicle, quella esclusiva per questo titolo, è una storia/tutorial pasticciatissima, confusionaria e delirante.
Capiamoci: nessuno qui desiderava una sceneggiatura degna di nota, coerente, fluida, come non si chiedeva un' attenta caratterizzazione dei personaggi - qui si era interessati alle mazzate. Ma è davvero difficile non sorridere davanti alla storiella raccontata dalla modalità Chronicle, che mette in scena pochissimi personaggi, (rispetto al cospicuo numero di personaggi, nella storia trovano spazio quasi solo Hayate, Kasumi, Ayane, Hayabusa, Christie e Helena) che, tra un incontro e l'altro, fanno cose, vedono gente (cattiva) si salvano a vicenda, poi si picchiano, poi si tradiscono, poi si alleano un po' con l'uno un po' con l'altro, e via dicendo, per cinque capitoli.

Il risultato è un' unione di scenette (che si possono saltare, ma allora che te la giochi a fare la modalità?) capaci, però, di mostrare almeno un minimo di direzione artistica quantomeno ricercata: i filmati sono realizzati un po' in CG, un po' con il motore di gioco, e a volte abbiamo delle schermate fisse (nei dialoghi) con solo piccoli dettagli in movimento (i capelli di Kasumi, tanto per fare un esempio).
Il tentativo di realizzare qualcosa di interessante c'è, e anche se non è del tutto riuscito, si può comunque lodare la solidità dell'impianto di gioco.
C'è poco da fare: Dead or Alive Dimensions, pulsanti e croce direzionale alla mano, è un picchiaduro 3D piuttosto ben fatto.
Il gioco è fluido, solido, e l'effetto 3D è piuttosto piacevole, donando una certa profondità a personaggi e ambienti, visibile anche da chi, come chi scrive, è poco stereovisionifico.
Si può obiettare che sì, Dead or Alive non è un picchiaduro molto tecnico: infatti non lo è nemmeno in questo episodio, anzi, risulta sorprendentemente facile da approcciare, ed è possibile vincere molti incontri semplicemente premendo il tasto "A", dando solo calci.

L'abbassamento del livello di difficoltà è una cosa da non sottovalutare, e forse l'altro grande dubbio che può venire una volta visto il numero di modalità di gioco (bassino: Chronicle, Arcade e Sopravvivenza, oltre al multiplayer) è: ma quanto lo si gioca?
In singolo dura pochino, nel senso che la già poco stimolante modalità Chronicle si finisce in fretta, così come la Arcade, complice il già citato livello di difficoltà estremamente abbordabile. Sopravvivenza è, come dice il titolo, "resta in piedi contro X avversari, che ti verranno mandati incontro uno alla volta", che è un'idea originale come il disco dei Last Shadow Puppets.

Lo stimolo del raccogliere i modellini per poi fotografarli viene meno dopo circa dieci minuti (davvero vi interessa fotografare dei modellini di Hayabusa, o di Ayane?), quindi non resta che l'online.
Che, sorprendementemente, funziona benissimo: nessun problema di lag, mai avuto difficoltà a trovare avversari, niente di niente. Forse i tempi di ricerca sono un po' lunghi, ma insomma, non ci si può lamentare troppo.

Se solo durasse un po' di più, fosse giusto un po' più variegato e capace di tenere i giocatori attaccati, sarebbe un grandissimo gioco, specie visto nell'ottica del "titolo di lancio". Ma non è esattamente così, e quindi ci si deve accontentare di un titolo valido, come no, solo un po' semplice e corto. Non è un gran male, e comunque ci si diverte parecchio, specie se vi piace giocare online.

mercoledì 1 giugno 2011

Oceania!

Mattia Ravanelli svela la tracklist del nuovo album degli Smashing Pumpkins!

(Malfidati: non lo sto certo linkando così, aggratis, solo perché mi darà una mano con la tesina di maturità!)

lunedì 30 maggio 2011

Night, night, what a beautiful night!

Sulla vittoria del centrosinistra a Milano, Napoli e in un sacco di altri posti sto leggendo un sacco di considerazioni, e in certi casi mi sembra che manchi un po' di visione di insieme.
Leggo molte persone che scrivono "non è una vittoria del PD, Pisapia era di SEL e De Magistris era dell'IdV". E, abbandonando un po' il mio tono riflessivo, mi viene da dir loro: "il cazzo". Non avete capito nulla.

E dire che il percorso delle primarie non è difficile. Ve lo riassumo brevemente.

Le primarie le abbiamo organizzate come centrosinistra.
Quando si fanno le primarie c'è un candidato che vince.
Quando si fanno le primarie gli altri candidati perdono.
I candidati perdenti si stringono attorno al candidato scelto dagli elettori, e lo sostengono.
Il candidato si presenta alle elezioni.
Il candidato vince alle elezioni, oppure perde.

In tutto questo, dire che il PD non abbia vinto è una semplificazione davvero inaccettabile. Le primarie vengono indette proprio per garantire candidati che siano graditi agli elettori, capaci di andare incontro alle esigenze specifiche di chi vive in un determinato territorio. In Calabria potrebbe non andare bene la stessa persona che in Emilia stravincerebbe.
Non c'è niente di strano se vince un candidato di SEL: evidentemente, in quel momento, in quel luogo, in quella situazione, è il candidato giusto. E i voti sono anche quelli del PD. E i militanti sono anche quelli del PD. E le braccia che montano i gazebo sono del PD, e i dirigenti che vanno a parlare sono quelli del PD. Le primarie sono anche del PD: a volte le vince, a volte le perde.
Le primarie, se fatte con intelligenza, si rivelano un modello vincente non solo dal punto di vista elettorale, ma anche da quello strettamente partecipativo, avvicinando il candidato all'elettorato. Mica poco, direi.

Questione De Magistris: la scelta Morcone a Napoli era interessantissima, una bravissima persona meritevole di una vittoria. Incidentalmente, anni di gestione disastrosa del PD lo avevano condannato a una sconfitta certa. Non si poteva fare altrimenti, anche in vista delle primarie non-fatte-con-intelligenza.
Quindi va bene De Magistris, in lui abbiamo riposto le nostre speranze e, porca miseria, abbiamo fatto bene.

Poi certo, da domani si dovrà parlare di alleanze (ma secondo me ci sono già, basterà tenere a freno D'Alema e seguire la linea Latorre, incredibilmente), si dovrà metabolizzare il risultato, fare analisi. Giungere ad una sintesi.

Ma adesso basta, almeno per oggi.
Adesso bisogna far roteare il pisello a tutta velocità, modello elicottero.
Perché abbiamo vinto 4 a 0.
Zen, baby.

giovedì 26 maggio 2011

L'Italia del 2025: proposta che farei alla Segreteria Nazionale del PD, se riuscissi a trovare le mail dei componenti

Gentili membri della Segreteria Nazionale,
vi scrivo da iscritto, da militante, da aspirante giornalista. Mi chiamo Enrico Procopio, ho diciotto anni, e vi voglio fare una proposta.
Critichiamo sempre il governo Berlusconi, e facciamo bene, ma ci serve un passo in più. E sì, lo so che abbiamo le nostre proposte, eppure vorrei che voi membri di segreteria vi prendeste una responsabilità maggiore: mi piacerebbe che raccontaste a me, come alle generazioni passate, come sarà l'Italia del 2025, se governeremo noi.
Sarà un'Italia migliore? E come? Cosa intendiamo fare per raggiungere questo risultato?
Eddai, mica vorremo farci scippare la capacità di sognare dal primo Vendola che passa, no? Noi sogniamo le riforme, che detta così pare una roba un po' moscia, però a me piacerebbe molto sentire cosa ha da dire Fassina sul futuro del lavoro, o Francesca Puglisi sulla scuola.
Vi faccio dei piccoli esempi: quale sarà il rapporto della scuola con la tecnologia? Troveremo la capacità di ripensare un modello scolastico che regge completamente sulle spalle degli insegnanti?
Carmassi, e la famiglia? Cosa diventerà? Si reggerà sulla tradizione che tanto piace a Giovanardi o saremo capaci di andare oltre? E il rapporto del centro-sinistra con l'associazionismo?
Gli spunti sono tanti, possiamo ragionarne insieme (o potete fare voi, o potete non fare un bel niente, eh, liberissimi), trovare un bel nome per l'iniziativa, o che ne so io, e magari far sapere alla gente qual è la nostra visione di futuro. Noi siamo la sinistra, siamo i progressisti, ma se ci facciamo bloccare dalle provocazioni di Berlusconi il progresso ce lo scordiamo!

E, soprattutto, sarebbe bellissimo se Bersani ci raccontasse come vede il futuro. Se c'è una cosa che il Segretario sa fare è proprio quella di sedersi, accendersi un sigaro (fuma, o no? vabbè, nel mio immaginario Bersani fuma il sigaro) e parlarti in maniera schietta e franca di cosa pensa.

Questa è la mia proposta, valutate voi.
Vi saluto, continuate a fare bene.
In attesa di risposta,

Enrico Procopio
Circolo PD di Budrio, Bologna
enrico.procopio@gmail.com

mercoledì 25 maggio 2011

Predicare stanca? Generation Terrorists, 1992

La copertina

È bruttissima e pacchiana. Ma quest'album non potrebbe averne un'altra. Vediamo perché.

Il disco

Generation Terrorists è il disco di esordio dei Manic Street Preachers in formazione a quattro: James Dean Bradfield, Nicky Wire, Richey James Edwards e Sean Moore.
Teoricamente dovrebbero suonare, rispettivamente, chitarra, basso, seconda chitarra, batteria: in realtà sarà JDB a suonare tutte le linee di chitarra e basso, oltre a cantare, e Sean Moore userà una drum machine. I testi li scrivono Wire ed Edwards.

È un disco di glam rock, con punte di glam metal e di ruffianeria pop. E' lungo, molto lungo, ci sono diciotto brani. La versione che ho acquistato io non è rimasterizzata, ed essendo un disco di esordio del '92 suona ad un volume leggermente più basso degli altri. Dura un'ora e venti.
Si apre con Slash N' Burn, che è una tirata glam con un giro di chitarra davvero orecchiabile, che si ricorda facilmente e che, soprattutto, ci permette di capire che sto ragazzotto gallese, alla chitarra, ci sa fare, e si chiude con Condemned To Rock 'n' Roll, che è un pezzo glam metal, con anche il riff che si arrotola su se stesso, e la voce di JDB che tenta di essere graffiante - e ci riesce.
JDB non si rilassa mai, durante il disco: mantiene sempre toni piuttosto alti, e tocca punte notevoli nei ritornelli, ha già uno stile sufficientemente maturo.
In mezzo ci sono un po' di pezzi davvero riusciti: Motorcycle Emptiness, Born To End, You Love Us, Nat West-Barclays-Midlands-Lloyds, Repeat (anche nella variante Stars & Stripes), in grado di mostrare cosa i Manics sono capaci di fare. Il songwriting è tutto fuorché centrato: spesso è fuori fuoco, prolisso (Motorcycle Emptiness), e alcuni pezzi, tipo Damn Dog, sembrano pià dei riempitivi.
Disco sufficiente, dolcemente fuori dal tempo (un disco glam rock uscito nel 1992, tra un po' sarebbe esploso il grunge), più interessante dal punto di vista storico che di vero e proprio ascolto.

I testi

Abbastanza confusi, e per questo davvero atipici. Belli, alcune punte di interesse sono nel gran bel testo (a suo modo) di Born To End:

La bomba H è l'unica cosa che porterà libertà nella nostra vita
Sotto il cielo blu vuoto e morente
Bruciano le bambole di Nagasaki

Che è un'immagine notevole, sia pur nella sua poca grazia.
E poi, in Motorcycle Emptiness, c'è un verso che ha accompagnato a lungo questo blog

Under neon loneliness
Motorcycle Emptiness

Un senso di solitudine - solitudine al neon - che, unito al tono comunque malinconico della canzone, crea un effetto estremamente particolare. È, in parte, la chiave di volta di un certo modo di fare musica dei Manics (specie in Lifeblood).
Per il resto, si segnala la rabbia contro le banche e il sistema economico di Nat West - Barclays - Midlands - Lloyds, le accuse ai reali inglesi di Repeat, la riflessione sul ruolo femminile di Little Baby Nothing, di cui vale la pena citare una frase, secondo me molto efficace:

La tua mancanza di ego offende la mentalità maschile

Che è una specie di manifesto programmatico: mostrare l'emancipazione attraverso la mancanza di ego. Una superiorità morale - e questa è di Richey Edwards, c'è da scommetterci.
Si segnalano, oltre a questo, le citazioni poste nel booklet, in apertura, ciascuna direttamente collegata a una canzone, che trovate qui.

I video

Little Baby Nothing


Tamarro, tantissimo. Si segnalano la falce e il martello glitterata.

Slash N' Burn


Notevolissimo telaio di Bradfield, che all'epoca, a sensazione, faceva palestra. Per il resto, gente sfattona ripresa a caso, ben diverso dallo stile radical-chic adottato da Everything Must Go in poi.

Motorcycle Emptiness


Altro video bruttino, non molto da segnalare. Look di Nicky Wire già bello glam, che non abbandonerà quasi mai.



Predicare stanca? L'evoluzione dei Manic Street Preachers (prologo)


Era una cosa che volevo fare da un sacco di tempo. I Manic Street Preachers sono una delle mie band preferite, ne ho scritto spesso (c'è la tag apposta, per le puntate precedenti!), ed è quella di cui seguo più volentieri gli aggiornamenti.
Appurato che il nuovo disco si chiamerà, probabilmente, 70 Songs Of Hatred And Failure, mi piacerebbe fare una sorta di percorso della storia della band.
Partendo da Generation Terrorists e arrivando a Postcards From A Young Man, analizzando i dischi da diversi punti di vista. Copertina, design, musica, testi, arrivando anche al look dell'epoca. Con i video ufficiali, i singoli. Una cosa seria, sempre però vissuta dal mio personalissimo punto di vista.
Vediamo se ce la faccio.


Questo qui è proprio Born to End


martedì 24 maggio 2011

L'accoppiata vincente

Massimo Fini è stato intervistato per il blog di Beppe Grillo. Per discutere di democrazia. Massimo. Fini.
Vi cito solo l'apertura del post:

Fini va ascoltato in silenzio, come si ascoltano i saggi, come si degusta, di fronte al camino, un vino invecchiato della propria cantina.

Niente da aggiungere, dite? E invece no!

[...] in modo brutale l'ho scritto quindi lo dico, [la democrazia rappresentativa] è un modo sofisticato per metterlo nel culo alla gente, soprattutto alla povera gente, con il suo consenso. Comunque è un involucro... è l'involucro legittimante di qualcosa di molto più inquietante che è il modello di sviluppo occidentale, quello che stiamo vivendo, insomma, quello contro cui qualcuno di noi si batte, insomma.

Insomma. Buona visione.




martedì 17 maggio 2011

Pure evil (Nord Europa, metà anni '90)

Per noi giovani metallari il nuovo look degli iwrestledabearonce è qualcosa di commovente.

Ancora tanta strada da fare

Tempo fa io e Cecilia Alessandrini dicevamo delle cose che, col senno di poi, si sono rivelate piuttosto azzeccate: avete visto i risultati del voto di ieri?
Il centro-sinistra ha vinto senza il Terzo Polo - che poi Polo non è, visto che, sostanzialmente, conta poco: è un dato non da sottovalutare, e soprattutto un dato che legittima tutto un percorso che io sostengo da tantissimo tempo.
Con le primarie, con l'alleanza PD-SEL-IDV si vince, e si vince anche bene.

Certo, l'altro giorno ho scritto delle cose che ad alcuni non sono piaciute: ma come, mi è stato detto, fai un discorso così veltroniano, così lontano da quello che dicevi nella tua lettera.
Niente di più falso. Andiamo con ordine.
Prendiamo i risultati elettorali: a Torino ha vinto benissimo Fassino. Ha vinto, secondo me, anche perché il processo delle primarie gli ha regalato una legittimazione che non avrebbe avuto, se fosse stato "calato dall'alto".
A Bologna Merola è passato al primo turno: sono segnali importanti, sono una vittoria del PD e del centro-sinistra tutto.

A Milano il candidato di maggioranza relativa è Giuliano Pisapia, appoggiato inizialmente da SEL. Anche lui scelto attraverso le primarie, è diventato il candidato di tutto il centro-sinistra, implicitamente anche del PD.
Pisapia ha vinto anche e soprattutto per gli sforzi dei militanti e sì, anche dei dirigenti, del Partito Democratico: l'iniziativa di Pippo Civati "Tuttixmilano" è solo il primo esempio che mi viene in mente, ma penso anche alla presenza di Bersani nell'ultimo periodo.
Abbiamo avuto un risultato così positivo perché ci siamo messi in gioco, abbiamo fatto una sfida aperta e, dal giorno successivo a quello delle primarie, abbiamo lavorato per costruire un risultato, senza divisioni, senza personalismi: perché era giusto sostenere un candidato come Giuliano Pisapia, che era - e che è - semplicemente la persona giusta, scelto dai cittadini.

È una strada di una semplicità imbarazzante, ed è quello che rimprovero ai miei dirigenti da un sacco di tempo: non essere capace di costruire un progetto con l'uomo giusto, di sinistra, coerente con le nostre idee, senza inseguire il centro, che semplicemente non è interessato ad un'alleanza con noi.
Prendiamo Napoli. Le divisioni interne del centro-sinistra ci hanno portato ad una situazione non necessariamente negativa, ma che poteva essere molto, ma molto più lineare: un po' di dialogo interno non avrebbe fatto male, probabilmente.
Anch'io preferivo Morcone, da certi punti di vista, ma presentarsi divisi con un avversario come Lettieri, in una città in cui non abbiamo fatto una bellissima figura, è semplicemente senza senso.

A proposito di cose senza senso. Tornando a casa, alla radio, ho sentito dire da Di Pietro che "l'IDV non è un partito di sinistra, è un partito post-ideologico". Sono frasi che mi lasciano sempre molto perplesso, come mi lascia perplesso il fenomeno del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo.
Io non credo che il M5S stia avendo un successo inaspettato. Non credo che sia così difficile raccogliere consenso tra delusi dal centro-sinistra e astenuti sulla base di programmi con qualche spunto interessante, faccette pulite e simpatiche e un picchiatore peso massimo come Grillo che ti spiana la strada. O esagero?
Dovranno decidere cosa fare da grandi, i ragazzi con la faccia pulita e la poca esperienza, e decidere se stare con la Moratti o con Pisapia, con Bersani o con Berlusconi. E non credo che il "siete tutti uguali, siete tutti morti" varrà per sempre.

Cosa ci aspetta il futuro? Questo non lo so. Una volta conclusi i ballottaggi, dovremo lavorare per costruire un nuovo Partito Democratico, come dicevo ieri. La segreteria Bersani rimane in piedi, ma la richiesta di assunzione di responsabilità con cui chiudevo il mio scorso post rimane valida e urgente.
E sì, continuo a sostenerlo: sia il PD la base della futura alleanza PD-IDV-SEL (-Fds? Ne riparliamo?), è la cosa naturale e necessaria per il paese, e per il centro-sinistra. Un'alleanza non si forma con ricatti e frasi dette a metà: si faccia un programma, si stabiliscano dei punti fermi, e gli altri si aggreghino, discutano, si confrontino.

C'è ancora tanta strada da fare.



domenica 15 maggio 2011

Voler bene al PD

Non sono io a dovervi dire l'importanza di andare a votare, e nemmeno mi interessano congetture e previsioni: voteranno le persone, e basta questo.
Credo che però si sia arrivati davvero ad un punto di svolta. Troppe cose sono "in transizione", specie nel centro-sinistra.

Ci stiamo giocando il futuro di un'intera parte politica, in questi anni. Il modello del Partito Democratico - erede del PCI, del PDS e bla bla bla -, quello di un grande partito che mira a costruire un aggregatore di forze che vengono da storie e culture diverse, ma con almeno alcuni punti fermi; una "sinistra/non sinistra", che è quell'area tutta particolare formata da Italia dei Valori e Movimento Cinque Stelle, e la "nuova sinistra" di Nichi Vendola, con posizioni più dure ma comunque responsabile, alla ricerca di un modello di governo compatibile con queste posizioni (e ce la faranno, ne sono convinto). Il modello di Rifondazione, anzi, meglio, della Federazione della Sinistra, è invece quello di cercare unità programmatica (secondo me impossibile, con questi dirigenti).

Io credo che, oggi, il Partito Democratico sia, nonostante tutto, il partito che meglio rappresenta l'elettore di sinistra. Ci sono tante mancanze, tanti errori, tante incomprensioni nella sua storia, anche recente, c'è una classe dirigente che ha decisamente fatto il suo tempo, episodi imbarazzanti e lacune nel programma (vedi quest'argomento qui).
In un mondo che è cambiato, in un' Italia diversa dove la rivoluzione ci dev'essere sì, ma dev'essere culturale, pacifica, antiberlusconiana. Antiberlusconiana, sì, perché l'antiberlusconismo non è rappresentato dalle dichiarazioni sguaiate di Grillo e, alcune volte, di Antonio Di Pietro: essere antiberlusconisti è essere diversi, evitare di urlare, di fare demagogia, e tenere bene a mente che noi, a fare così, perdiamo. Perché siamo diversi, cavolo, lo siamo sempre stati, con tutti i nostri sbagli - in un'Italia così c'è bisogno di un grande partito di centro-sinistra, inclusivo e davvero aperto. Questo è il PD, questo sarà il PD.

Un giorno ce ne renderemo conto, e rimpiangeremo gli applausi fatti ad Italo Bocchino (il più violento e sgradevole dei finiani), a Fini, le pacche sulle spalle e le occhiate complici a chi preferisce attaccare Bersani e non Berlusconi, quasi si sia dimenticato chi è davvero l'avversario. Rimpiangeremo i voti di protesta contro il PD, e penseremo che forse era meglio votare contro Berlusconi.
Non sarà quella sinistra/non-sinistra a cambiare il nostro profilo: la sinistra è garantista, alla sinistra non importano i processi, non importa la storia giudiziaria, non interessano gli attacchi strumentali. Se c'è da sostenere una missione militare in Libia non si voterà una mozione con cui non concordiamo "per far cadere il governo", perché non è la cosa giusta da fare.
Non diremo che sono tutti uguali, che sono tutti morti, sapremo fare autocritica: faremo la cosa giusta, e la faremo per il bene di tutta l'Italia.

Il Partito Democratico farà la cosa giusta, e la farà con tutti gli altri partiti di sinistra, se lo vorranno: ma sarà il PD a proporre, e gli altri ad aggregarsi.
Non è più tempo di farsi condizionare. Da lunedì inizia una fase nuova, di responsabilità. E soprattutto di assunzione di responsabilità, per tutti: dai dirigenti più anziani a quelli più giovani, che dovranno dare un segnale forte. Ne riparliamo lunedì sera, alla luce di qualche risultato concreto.


mercoledì 4 maggio 2011

Au Revoir Simone: Still Night, Still Light


Le Au Revoir Simone hanno tantissimi meriti: in primis permettono al titolare del blog di rilassarsi con una facilità disarmante; basta mettere su un disco a caso, per esempio The Bird of Music, quello del 2006, e il mondo acquista una luce diversa.
Di default il gruppo del "torno a casa in macchina, da solo, di notte", le sonorità così dilatate, così eteree, aggraziate, delicate sono una miscela di sintetizzatori, batteria elettronica e voce sognante.

Le tre ragazze - Erika Forster, Annie Hart ed Heather D'Angelo - sono belle, e sono brave. Costruiscono un'estetica fatta di vestitini svolazzanti e piedi scalzi, di natura, di provincia e di città (tutte viste in inverno), libera dall'inquietudine, dai problemi, dai dubbi: parlano di amore, di vita, di piccole cose, di momenti felici e riflessioni sui sentimenti. Sono un gruppo pop, nella migliore delle accezioni possibili.

A parte in Still Night, Still Light, il loro disco del 2009. Probabilmente frutto di una maturazione professionale e umana, le Au Revoir Simone mandano in stampa il loro lavoro meno accessibile, meno "facile" da ascoltare (non siamo dalle parti di un gruppo prog, ma insomma, ci siamo capiti), eppure anche quello più riuscito.
Still Night, Still Light è il racconto di una ragazza che ha messo via il diario delle superiori, quello con la foto del ragazzo conosciuto in vacanza, è il racconto delle separazioni, delle partenze, della lontananza, della ricerca di una felicità interiore. Lontana sì, ma certo ancora raggiungibile: ma gli ostacoli della vita sono tanti, e bisogna fare delle scelte.

E allora i ricordi si sporcano di blu scuro, e anche se la struttura è sempre la stessa - un pattern di batteria, le tastiere, le voci - qui tutto diventa più adulto, meno fiabesco. Più cupo, testi compresi. Shadows ne è un perfetto esempio: su una tastiera malinconica, una voce racconta di una separazione fisica tra una coppia di amanti - la scelta è dell'altro, potrà decidere se seguirla o meno. "Sto partendo, spero tu venga con me, perché non sono forte, senza di te. Non dare la colpa alle tue ombre, perché conosco tutto di te".

È diverso, semplicemente diverso, dalla voce che diceva, in Stars (da The Bird of Music): "mi fai venire voglia di misurare le stelle con una calcolatrice e un righello". C'è la voglia di raggiungere, come si diceva prima, uno stato d'animo migliore (Knight of Wand, ipnotica e notturna, dove il battito di mani che intervalla spesso le canzoni delle Au Revoir Simone diventa qualcos'altro), prese di coscienza (Only You Can Make You Happy), ritmi sincopati (Anywhere You Looked), strutture minimali (We Are Here).

Ma sono soprattutto le sensazioni regalate a rendere Still Night, Still Light il miglior disco delle Au Revoir Simone, e possibile capostipite di una scena musicale che, spero, non arriverà mai. Perché la loro è una miscela perfettamente calibrata, dove un elemento fuori posto può rendere stucchevole una composizione nel giro di un attimo.
Promosse a pieni voti, aspettiamo il prossimo disco.
Video live di Knight of Wand: andiamo, non le sposereste? Io sì. Tutte e tre.




lunedì 2 maggio 2011

"Quindi perché sei così triste?"

Quando sono crollate le Twin Towers avevo 9 anni compiuti da poco. A scuola ci fecero riflettere su questa cosa, ci chiesero di fare un disegno accompagnato da una didascalia.
Ricordo il mio disegno - bruttissimo, un tratto che non sapeva dove andare a parare, incerto, e che, soprattutto, non è mai migliorato - e la scritta: "spero che il colpevole venga catturato e che gli diano l'ergastolo". Le scritte di noi bambini erano molto interessanti, spero che la scuola le abbia conservate: c'era un po' tutto quello che potevi sentire in giro all'epoca. Le solite frasette patetiche e poco sentite (ma che in bocca a noi, però, un po' sentite lo erano), c'erano i pacifisti che dicevano "speriamo che non scoppi la guerra", c'era chi se ne fregava (comprensibilissimo), c'era pure il cospirazionista che diceva "è una montatura degli americani che vogliono prendersi il petrolio".

Fino alla campagna elettorale di Veltroni del 2008 sono stato sempre più a sinistra dei DS: per questo non avevo nessuna fascinazione verso gli americani, non sopportavo il concetto di guerra in Afghanistan e poi in Iraq, rabbrividivo al pensiero delle bombe, e pensavo che questi estremisti islamici fossero degli stronzi, e non sapevo esattamente cosa fare. Non volevo la guerra, ma non volevo nemmeno che questi la passassero liscia.
Non me ne intendevo molto di relazioni internazionali, guardavo Michael Moore e ridevo un sacco sulle gag in flash di Gino il Pollo, leggevo Il Manifesto, e mi ricordo pure la frase dell'allora direttore (o no?) Barenghi sui tagliatori di teste di Saddam e sugli americani, e lui che preferiva i secondi.

Anch'io preferivo i secondi, ma continuavo a essere critico verso questi conflitti, verso Bush (sembra passato un secolo), ricordo Blair, che tutti definivano "il maggior supporter di Bush", e in Italia i DS, i cori "chi si astiene non si oppone", le bandiere della pace (ne ho ancora due, da qualche parte), gli adesivi sulla macchina - "Io ripudio la guerra" - di un sacco di gente, e io che non sapevo proprio cosa fare.
Fahrenheit 9/11 visto a scuola alle medie, e la cosa dell'aereo con la famiglia Bin Laden dentro che vola via dagli USA negli attimi successivi agli attentati, una roba che poi moltissimi han detto che non era vera, ma io alle medie ci avevo creduto.

Ora Bin Laden è morto, e io non è che sia poi così felice. Non mi interessa il complottismo da quattro soldi di chi dice "eh, l'hanno beccato vicino alle elezioni", "eh, quanto tempo ci han messo": l' hanno ucciso oggi perché l'hanno ucciso oggi, e ci hanno messo tanto tempo, sì, come noi a beccare Totò Riina. Non mi interessano le sparate qualunquiste, come non mi interessano le feste in strada degli americani, le urla, gli schiamazzi: per quanto mi riguarda è morto un uomo, un morto spregevole, ma non mi interessa festeggiare la sua morte. Mi interessa ciò che succederà, quello sì, e ritengo che sia un giorno importante, e sono contento se ciò comporterà un riassetto di tutto quello che concerne il terrorismo e i rapporti internazionali.

Torno ad oggi. Guardo verso la Libia, la prima guerra di cui mi sento responsabile, e sono preoccupato, sento le cronache di quello che fa Gheddafi e rabbrividisco, e penso che il mio sostegno alle operazioni militari (primo sostegno di questo genere della mia vita, dato tra tante lacerazioni d'animo) non fosse sbagliato, non del tutto almeno: credo che il pacifismo fine a sè stesso lasci le donne e gli uomini libici ancora più soli, proprio visto ciò che stiamo leggendo.
Certo, non sono le notizie sulle violenze che devono far decidere o meno se sostenere le operazioni militari, ma ecco, io oggi sento moltissima pesantezza nel cuore, e ho molta paura per il futuro.

Spero che la morte di Bin Laden possa essere un colpo decisivo al terrorismo, che non siano solo parole, avrei voglia di fidarmi di Frattini, di Obama, di Sarkozy, ma non ce la faccio fino in fondo.

Questo era il mio post sulla guerra, sulle guerre: forse è un po' confuso, ma va bene così.

domenica 1 maggio 2011

Le linee sfocate

Ho aspettato un po' prima di scrivere qualcosa sul caso della pubblicità dell'IKEA: sapevo che avrebbe avuto una notevole eco, e poi volevo affrontare la cosa da un altro punto di vista.
The story so far: Ikea fa uscire una pubblicità con due maschi che si tengono per mano, di spalle. "Siamo aperti a tutte le famiglie" è lo slogan, idea carina ed efficace.
Fatto sta che Giovanardi, sottosegretario alla Famiglia, si indigna, dice che non va bene:

«Contrasta a gamba tesa contro la nostra Costituzione, offensivo, di cattivo gusto. L'Ikea è libera di rivolgersi a chi vuole e di rivolgere i propri messaggi a chi ritiene opportuno. Ma quel termine "Famiglie" è in aperto contrasto con la nostra legge fondamentale che dice che la famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio, in polemica contro la famiglia tradizionale, datata e retrograda»

Che è una scemenza bella e buona, siamo tutti d'accordo. Makkox lo percula divinamente con una vignetta uscita sul Post la domenica di Pasqua, che trovate qui.
Poi escono le dichiarazioni di Giorgio Merlo, deputato del PD:

“Un conto è denunciare il fallimento del Governo sulle politiche per la famiglia e per l’infanzia. E’ appena sufficiente ricordare il pesante taglio deciso dal Governo Berlusconi a favore delle famiglie italiane. Altra cosa, invece, è ricordare e custodire il valore costituzionale della famiglia. Su questo terreno il sottosegretario Giovanardi ha ragione. Senza se e senza ma. E il messaggio pubblicitario dell’Ikea va denunciato. Almeno per chi crede nel valore costituzionale della famiglia”.

Che sono un colpo al cuore per ogni democratico, e che non vengono molto apprezzate, tanto che
lo stesso Merlo sarà costretto a provare a mettere una pezza cancellando il post sul suo blog, e poi una pezza alla pezza, quando tutti si accorgeranno della misteriosa sparizione (se ne occupa benissimo Metilparaben).

Francesca Fornario e Simone Salis (ma come dimenticare Luca Sappino e la sua interpretazione da Oscar?) si inventano questa cosa qui sotto:


Bella, vero? Si percepisce proprio l'amore tra Sappino e Salis. Comunque sia, la cosa fa il botto di visualizzazioni, e il passo successivo di Arcietero (a proposito, firmate la petizione!) è favorire la partecipazione attiva delle persone, con un flashmob - qui il servizio del TG3 - che dev'essere stato davvero divertente.

Nel frattempo arrivano anche le pubblicità di Eataly e easyJet, sulla scia di quella di Ikea. Anna Paola Concia, deputata del PD, fa uscire questo comunicato stampa:

La pubblicita' dell'azienda Eataly, pubblicata oggi su La Stampa, raffigurante due donne che si tengono per mano con a fianco la scritta 'Anche noi di Eataly siamo aperti a tutte le famiglie', 'e' sicuramente la giusta risposta a chi come Giovanardi, vorrebbe minare la coesione sociale, portando avanti idee discriminatorie nei confronti di una parte dei cittadini'. Lo dichiara Anna PaolaConcia, deputata del Partito democratico.

'Aziende come Ikea e Eataly, sanno perfettamente che le persone gay, lesbiche e trans contribuiscono a fare girare l'economia nel nostro paese e quindi sono consumatori al pari di tutti gli altri cittadini italiani, e non ultimo pagano le tasse. Il mio rammarico - continua la deputata - e' che come sempre accade in Italia, la societa' civile sia piu' avanti rispetto a una politica giurassica, che non sa governare il cambiamento e ha paura del futuro. Del resto come ci dicono tutti gli studi di settore, le aziende aperte verso le diversita' sono quelle che funzionano meglio e che hanno piu' successo sul mercato. Per questo motivo - conclude Concia - voglio fare un appello al mondo delle imprese italiane che so essere molto sensibile al tema dell'innovazione: seguite l'esempio di Ikea e di Eataly attraverso campagne pubblicitarie gay friendly che valorizzino la cultura dell'inclusione e del rispetto. Insieme possiamo costruire un Paese migliore e piu' moderno per tutti'. (ANSA).


Giusto, condivisibile, ma non sufficiente. Non basta la società civile, ci vuole la politica, e la politica, esattamente, dov'è? Dov'è Pier Luigi Bersani, dove sono tutti gli altri, perché non riusciamo a dire nulla che non sia quello che è stato detto da Giorgio Merlo (ovvero una cosa improponibile e imbarazzante)?
Qui c'è il punto che mi interessa particolarmente, ed è per questo che ritengo la faccenda dell'Ikea degna di una riflessione piuttosto seria: il cambiamento reale, quello che porta gli omosessuali a potersi sposare, non nasce da un'azienda. Non cammina sulle gambe della pubblicità, non può essere un'azienda di mobili, per quanto progressista, a sostituirsi alla politica. Ben vengano iniziative di questo tipo, sono utili a sensibilizzare, ma le svolte, quelle vere, quelle che portano a grandi cose, le deve fare il Parlamento. Lo so, è difficile crederci, ma senza un centrosinistra che crede in questo tipo di valori e fa una battaglia dentro il Parlamento possiamo fare tutte, ma proprio tutte le pubblicità del mondo, ma saranno tutte utili a una sola cosa: vendere meglio i prodotti in questione.

Su Facebook decido di scrivere una cosa, per vedere l'aria che tira.

Bene Ikea, bene Eataly, però ora i diritti dei gay li difendiamo noi del PD. O no, compagni, amici, democratici, 'nsomma, tutti?

E paradossalmente non arrivano le risposte che mi aspettavo ("forza, muoviamoci! dobbiamo fare di più, dobbiamo fare meglio!", cose così), anzi. Una di queste dice così:

mamma mia.....sembra si stia parlando della protezione dei pellerossa.....qui van garantiti i diritti di liberta' alla persona. E basta, o no? altro che compagni, amici, democratici, io direi, persone, relazioni, liberta'. buona serata. Un liberale saluto.

E poi, ancora, sempre dallo stesso amico di Facebook

Enrico, scusa se mi permetto. Ma non e' possibile sia un partito a doversi ergere a garante dei diritti di qualcuno.....un sistema intero dovrebbe farlo, appunto attrraverso la promozione dei diritti alla persona....

Come per le aziende, allo stesso modo è difficile pensare, oggi, in Italia, con questa classe politica, ad "un sistema intero", per citare il mio amico, capace di garantire a tutti gli stessi diritti: senza nessuna lotta, senza nessuno scontro parlamentare, senza che una parte politica (la sinistra, possibilmente, grazie) prenda in mano le cose e decida che quella è la cosa giusta da fare. Ma è una bella idea, eh: solo ne riparliamo tra vent'anni, quando avremo finito di ricostruire tutto dalle macerie.
L'omofobia si può arginare e fermare, ma è una strada lunga, e sarebbe meglio che cominciassimo noi. Da ieri, possibilmente.

Il PD, SEL, l'IDV, Rifondazione, i Socialisti, i Radicali, insomma, i partiti progressisti "partano insieme", non perdano l'occasione e mostrino la loro capacità di cogliere il presente. Se ce l'hanno.
Perché a stare dietro a Giovanardi e Giorgio Merlo si finisce male.

domenica 17 aprile 2011

Una vita col cinema: dall’alba alla notte

(Questo è un lavoro che ho spedito alla rivista di cinema con sede a Bologna “Fuorivista”. Il concorso si chiama “Il Lampo della Comunicazione”. Lo metto qui, male non fa.)




Una delle cose che il cinema ha sempre cercato di raccontare è la vita, nelle sue innumerevoli sfaccettature.

I cambiamenti sociali, culturali, politici, i riferimenti ideologici, le rivoluzioni estetiche: il cinema è uno dei media più indicati per fissare su schermo, in maniera indelebile, tutte queste piccole o grandi trasformazioni.

Con questo saggio proveremo a mostrare, in maniera efficace, gli elementi che rendono due pellicole - Scott Pilgrim vs. The World di Edgar Wright e Thank You For Smoking di Jason Reitman - due veri e propri lampi comunicativi, la loro stratificazione, e il perché potrebbero cambiare un certo modo di fare cinema.

Come nel più bel disco degli Smashing Pumpkins, “Mellon Collie and the Infinite Sadness” sublime opera rock degli anni ’90 (una decade molto cara ad entrambi i film), partiremo definendo due periodi: se lì, insieme, rappresentavano l’arco di una giornata, qui vedremo l’arco di un’intera vita.
Scott Pilgrim sarà la nostra guida alla gioventù, e Nick Naylor ci farà riflettere sull’età adulta, e sul mondo del lavoro.


Scott Pilgrim vs The World: perché siamo tutti Scott Pilgrim, perché tutti tifiamo per lui, perché tutti lottiamo per una Ramona.


Scott Pilgrim vs. The World (d’ora in poi SPVTW) è una pellicola che nasce da un fumetto, e che non riesce a staccarsi dalla sua fonte d’ispirazione. Ma soprattutto non vuole.

Una trama semplicissima: il giovane Scott si innamora della splendida Ramona Flowers, apparentemente ricambiato. Ma, per ottenere fino in fondo il suo amore, dovrà sconfiggere i sette malvagi ex di Ramona, liberandola dal peso di un passato che non la lascia andare via.

L’intuizione è fulminante: prende una situazione che tutti conoscono e la rende una sfida impossibile, qualcosa che solo un grande eroe può fare.

Scott è un eroe: il cartellino di presentazione a inizio film ci avverte - è “Awesome”. Squattrinato, con la testa tra le nuvole, una soglia di attenzione bassissima, una maglietta degli Smashing Pumpkins sempre addosso (“Zero”, il grido di una generazione) e una grande determinazione nell’ottenere ciò che vuole: l’amore di Ramona.

Ramona, invece, è un personaggio più complesso. Un passato burrascoso, tante storie d’amore “mordi e fuggi”, arriva a Toronto - la città di Scott - per lasciarsi alle spalle il passato, e iniziare da capo. Apatica, poco espressiva, un personaggio che fa quasi temere che Mary Elizabeth Winstead, l’attrice, non fosse semplicemente a proprio agio nel ruolo: in realtà è solo incapace di essere felice, perché, forse inconsapevolmente, ha portato con sé il suo fardello a Toronto.


SPVTW è un fumetto, ma è anche un videogioco e un videoclip: è tutte queste cose insieme, prima ancora che un film.
A livello estetico giunge il primo, geniale lampo della comunicazione: tutto il film è ispirato all’estetica dei fumetti e dei videogiochi, e lavora incessantemente sulla colonna sonora per comunicare qualcosa in più

E’ un ragazzino con la bici nuova che impenna tutto il tempo per farti vedere cosa sa fare, con quella bici appena comprata: nei titoli di testa vediamo già i primi segnali. Onomatopee (il “ONE! TWO! THREE! FOUR!” di Kim, quando attacca a suonare, e i lampi che escono dal basso di Scott), la colonna sonora creata in gran parte dalle band che si avvicendano sui vari palchi e, soprattutto, le battaglie con i sette malefici ex.

Prendendo spunto dalle battaglie con i “boss di fine livello” dei videogames, Wright gira un film che, in molti punti, diventa un videogioco: appare su schermo la scritta “vs.”, la barra d’energia, il contatore delle “combo” (il numero di colpi assegnati senza contrattacco da parte dell’avversario). L’effetto è assolutamente strepitoso, nuovo e veloce: chiunque abbia mai visto anche solo di sfuggita un videogioco è in grado di riconoscere quest’estetica, e riesce a sospendere l’incredulità, sempre in agguato nel vedere un Michael Cera - il ragazzotto di Juno - intento a combattere in maniera coreografica, manco fosse in un film di Bruce Lee.

Tutti gli elementi sono coerenti, e mentre i contendenti combattono lo spettatore accetta - e anzi, apprezza - saette, fulmini, salti di diversi metri, combattimenti in volo, e la geniale idea della “caduta delle monetine”, con conseguente innalzamento dello score, ogni volta che Scott sconfigge un nemico.

Scott affronta tutto come fosse - appunto - un videogame, forse in maniera leggermente apatica, come è normale per la generazione del 2000, compresa la sua morte, che avviene a tre quarti del film.
Dopo aver ottenuto la “spada dell’amore”, necessaria a sconfiggere l’ultimo, malvagio ex... Scott perde, e muore. Ma l’aver recuperato una “vita” in più, proprio come nei videogiochi - quando Scott afferra con un gesto deciso l’icona della vita gli viene chiesto “What are you doing?”, e lui risponde “Getting a life”, giocando con l’accusa principale gettata addosso ai ragazzi, quella di non avere una vita “C’mon, get a life!” - ecco, l’aver preso una “vita” gli permette di ricominciare, di riprovare la stessa sequenza. Con l’aiuto della “spada dell’amor proprio” riuscirà a ottenere l’amore di Ramona, andando incontro a uno splendido happy ending.


Ma se a livello estetico, come è possibile vedere dal corredo iconografico, siamo su un piano totalmente nuovo, anche la rielaborazione di una classica storia d’amore si presenta come una gran bella novità: fresca, innovativa, leggera.

Scott ama Ramona, e Ramona ama Scott: si parlano poco, ma noi capiamo tutto. E qui abbiamo un’altro lampo della comunicazione: quando Scott riapre gli occhi e Ramona lo bacia di sorpresa vediamo dei teneri cuoricini svolazzare tutt’intorno, e all’inizio della loro storia li vediamo attraversare di corsa una porta sbucata dal nulla, come per indicare che no, non si sa da dove venga l’amore e dove porti, ma noi ci si corre dentro a tutta velocità, superando anche i nostri limiti, le nostre ansie, le nostre paure. I sette malvagi ex sono quelli che ognuno di noi ha dovuto affrontare, sconfiggere: anche quello che, per lei, “ha aperto un cratere sulla luna con un pugno”, e per farlo dobbiamo appellarci a tutte le nostre forze: all’amore, e all’amor proprio.

Scott racconta l’amore, e le dinamiche dei teenager. Nick Naylor, invece, lavora: e nel suo lavoro specula sul cancro.


Thank You For Smoking: perché Nick Naylor è un bastardo, e perché vince sempre.


Nick Naylor ci viene presentato attraverso un talk show. Si discute dei pericoli del fumo: ospiti il vice di un inflessibile governatore, due rappresentanti di associazioi per la tutela dei cittadini, un quindicenne col cancro, e lui: lobbysta per la Big Tobacco, la compagnia più importante nel campo delle sigarette.

Se Scott gioca ai videogiochi, Nick guarda - e fa - televisione: lo stile di Thank You For Smoking è televisivo, patinato, tutto giocato sull’apparenza.

Naylor rappresenta “un’industria che uccide 1200 esseri umani al giorno”, e lo fa con disinvoltura.

TYFS parla del lavoro, e dell’etica del lavoro, della pubblicità, dell’ipocrisia, e di una società che specula sulla morte degli esseri umani.
Naylor non è un personaggio malvagio: è solo furbo, e bravo a parlare. Non pensate male, non lo fa per guadagnare, o per avere grande fama: è semplicemente il suo lavoro.

TYFS analizza, con grande efficacia, due elementi, che ora vedremo in due scene:


La scena del gelato (http://www.youtube.com/watch?v=LNi-HUdoFIk) ci permette di vedere come la comunicazione sia un’arma potentissima, come si possano convincere milioni di persone che una cosa dannosa per la loro salute - fumare - sia in realtà innocua, anzi piacevole, uno status, semplicemente usando un po’ di abile retorica.
Il nostro è un mondo che si basa completamente sulla comunicazione e sulla manipolazione: quando le vendite delle sigarette calano, Nick è costretto a correre ai ripari, andare ad Hollywood e cercare un accordo “vecchio stile”.
Infilare le sigarette nei film: una scena di sesso nello spazio tra Brad Pitt e Catherine Zeta-Jones farebbe schizzare la vendita di sigarette alle stelle.

Ma cosa è lecito, nel mondo del lavoro? E’ giusto quello che fa Naylor? Lui si difende, sostenendo che per farlo non sia necessario essere dei mostri, ma solo persone “con una moralità flessibile”: ma in fondo gli assassini, “anzi, peggio, gli assassini di bambini” non hanno diritto di essere difesi?

TYFS pone delle domande, e le lascia in sospeso: allo spettatore il compito di giudicare l’operato di Naylor, il suo cinismo.

Scott e Nick non potrebbero essere più diversi, eppure sono le due facce della medaglia: uno è un ragazzo, e ancora prigioniero di uno spirito fanciullesco, l’altro è adulto, cinico e spietato. Ma questa è la vita, e la vita è fatta di amore, di lavoro, di vizi, di sconfitte, di morti e, perché no, di resurrezioni. Il lampo della comunicazione è tutto qui: nell’aver creato due opere in grado di parlare di noi, e di farci capire qualcosa in più su quello che siamo, su quello che potremo essere, o su quello che saremmo potuti essere, e avercelo fatto capire parlandoci con un linguaggio nuovo, capace di scavare in profondità e coinvolgerci ancor più.

Il cinema, il nuovo cinema, ci racconta una vita intera: ora sta a noi ascoltare.

martedì 12 aprile 2011

Zeitgeist, la quasi recensione

Mesi e mesi fa ho scritto una cosa su Zeitgeist, il disco degli Smashing Pumpkins. Poi l'ho inviata a Mattia Ravanelli, che l'ha trascurata per tutto questo tempo.
Ora l'ha ritrovata e pubblicata sul suo blog a tema zucche: è qui, buona lettura!

sabato 26 marzo 2011

Il mio Mii nel tuo 3DS: che affare!


Ho comprato il Nintendo 3DS, ieri. E' molto bello, ci ho fatto un sacco di cose, sono rimasto a bocca aperta con le cartine della Realtà Aumentata (che volete, sono un ragazzino: "Mario sul tavolo! Dai dai becca i bersagli!").
All'inizio credevo di non riuscire a vedere il 3D (come al cinema), mentre poi, con le giuste condizioni, ce l'ho fatta, e mi è piaciuto un sacco.
Insomma, se volete chiedermi l'amicizia il mio codice è 0559 6752 3882
E se volete il mio Mii sul vostro 3DS fate la foto e scansionate questo coso, quello sopra!
Il nome l'ha scelto Alessia, ovviamente. A breve anche il suo Mii, e le foto di Mario sul tavolo!